Lo Stato e il suo personale: una riflessione

Non molti anni fa, il Ticino è stato investito da un infelice clima politico, tale da indurre i funzionari dello Stato a temere di farsi riconoscere pubblicamente, per paura di vedersi etichettare come «fuchi».

Se è pur vero che quel periodo di eccessi si è chiuso, sarebbe ingenuo considerarlo del tutto sepolto nel passato.
Quali furono le ragioni che portarono una parte della popolazione ticinese a guardare al pubblico impiego con sentimenti negativi? La certezza del posto fisso che allora, come oggi, è vista come un privilegio che può generare un certo malessere in chi, invece, deve lottare quotidianamente per conservare il suo impiego.

Questo lo sa benissimo l’UDC ticinese, che ha lanciato un’iniziativa popolare per ridurre il numero dei collaboratori dello Stato. La soluzione proposta è puramente matematica e di facile comprensione: viene fissata una soglia massima per la dimensione della macchina statale: una quota di dipendenti calcolata rispetto alla popolazione totale, oltre la quale il Cantone non potrà più spingersi (docenti e personale sanitario esclusi). 

Come SIT non possiamo seguire questo approccio che è troppo rigido e riduttivo, poiché contiene una visione davvero deprimente della figura del dipendente pubblico, considerato alla stregua di un mero costo. Se ci limitassimo alla lotta sulle barricate, di fronte a un’iniziativa popolare di questa portata, commetteremmo un errore strategico a discapito della buona causa.

Il nostro auspicio è che il dibattito su questa iniziativa inciti i partiti a esprimersi con chiarezza rispetto alla loro visione dei compiti dello Stato nel XXI secolo. Già l’anno scorso il Parlamento si era mosso chiedendo una revisione generale di questo mansionario, che procede a rilento. L’iniziativa UDC ha quindi un pregio: ora questo esercizio diventa inevitabile. 

In fondo, va sempre ricordato che non sono le persone a chiedere di essere assunte dallo Stato, ma accade esattamente l’opposto: è quindi lo Stato ad avere l’onere di giustificare e, se necessario, rivedere i compiti assegnati al suo personale.

Verso una campagna dura

In attesa di capire come si muoverà la politica, una cosa è certa, la campagna sull’iniziativa UDC si preannuncia molto dura. Basta ricordare quanto è accaduto il 9 giugno 2024 nella votazione cantonale sulle misure di compensazione per le rendite della cassa pensione dei dipendenti dello Stato (IPCT). Nonostante quell’intervento fosse sostenuto dal Governo e da quasi tutto il Parlamento, i contrari avevano raggiunto il 49,5% dei voti totale, senza grandi sforzi, e soltanto per un soffio il popolo non ne ha decretato una clamorosa bocciatura.

Se accettiamo l’idea che la cittadinanza attraverso quel voto abbia lanciato un segnale piuttosto chiaro verso l’Amministrazione cantonale, la sensazione è però che molti attori del dibattito pubblico in Ticino - a cominciare da una parte sempre più maggioritaria del fronte sindacale - non abbia voluto coglierne tutta la sua gravità. 

Vale la pena di citare il giornalista Jacopo Scarinci, e il suo pertinente editoriale del 6 settembre scorso sul quotidiano laRegione: 

Stiamo assistendo a dei sindacati storici sempre più, si passi il termine, «erredipizzati». La Rete nata a difesa delle pensioni dei dipendenti
pubblici e gagliardamente attiva ormai da tempo sulla questione Istituto di previdenza del Cantone Ticino ha instaurato, piaccia o no, un nuovo modo di fare sindacato. […] La domanda che resta lecita, però, è quanto convenga e quanto abbia senso che sindacati come Vpod e, soprattutto, Ocst e Sit seguano queste pratiche.

Chi si presenta nell’arena pubblica con la pretesa di rappresentare i funzionari e i docenti, nei prossimi mesi dovrà fare molta attenzione a interpretare il suo ruolo con la massima responsabilità, evitando di aizzare il risentimento e di favorire chi non ha a cuore il bene della categoria. Sarebbe autolesionismo allo stato puro.

Nessuno ovviamente chiede ai dipendenti pubblici di accettare con il sorriso e in silenzio qualsiasi misura di risparmio li interessi. Ogni tanto, però, servirebbe più gratitudine per il trattamento che il Cantone come datore di lavoro, e quindi il contribuente, continua a riservare al suo personale nonostante le difficoltà del Paese reale e delle finanze pubbliche.

Un primo passo utile sarebbe ammettere che sì, in effetti alcuni privilegi del pubblico impiego sono reali, e che nel contesto economico degli ultimi anni, a partire dalla pandemia, sono diventati sempre più evidenti, a cominciare dalla semplice certezza di percepire ogni mese l’integralità del salario (come è avvenuto durante la pandemia). 

Speriamo perciò che non si ripetano le derive alle quali abbiamo assistito nella discussione sul carovita, che il Consiglio di Stato ha riconosciuto quest’anno al personale dello Stato: quei 400 franchi, e due giorni in più di vacanza, che gran parte dei lavoratori del settore privato può solo sognarsi. Definire «una mancia» quelle concessioni, di certo, non è una strategia vincente, se vogliamo conquistare i favori della maggioranza della popolazione ticinese e non farla aderire all’iniziativa UDC.

Questo e altri articoli sul numero 421 di Progresso Sociale, il periodico dei Sindacati Indipendenti Ticinesi distribuito gratuitamente ai suoi soci.

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